Consulenza nutrizionale personalizzata ad Altamura, in studio. Ascolto clinico, evidenze scientifiche e piccoli cambiamenti che restano nel tempo — non diete lampo.
Lavoro con le persone, non con le calorie soltanto. Ogni percorso nasce da una valutazione clinica approfondita — abitudini, storia medica, ritmi di vita reali — perché un piano che non tiene conto della tua quotidianità è destinato a restare sulla carta.
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Non esiste una durata standard, le tempistiche variano in base all'obiettivo: alcuni percorsi possono durare alcuni mesi, altri per patologie specifiche richiedono un follow-up più lungo con controlli periodici.
Prima di tutto gli esami ematici che non sono obbligatori ma fortemente consigliati (devono essere eseguiti massimo un anno prima della visita), insieme a referti medici specifici in presenza di patologie; un piano alimentare ben strutturato dipende dal quadro clinico generale.
L'obiettivo del percorso è costruire un'alimentazione sostenibile nel tempo, non un regime restrittivo e limitante nelle relazioni sociali.
Sì, ogni piano è costruito su misura in base a esigenze, gusti, orari di vita, eventuali patologie e obiettivi personali.
No, un controllo periodico (due volte all'anno) è consigliabile anche solo per una valutazione dello stato nutrizionale generale.
Approfondimenti su alimentazione, sport e benessere, a cura della Dott.ssa Cicorella. Seleziona un articolo per leggerlo per intero.
È ormai fortemente radicata l'idea che seguire una dieta a basso contenuto di carboidrati consenta di ottenere un dimagrimento rapido, senza troppi sforzi e in poco tempo. Le diete low-carb catturano spesso l'attenzione di chi ha voglia di rimettersi in forma, dopo lunghi periodi di abbuffate o di alimentazione scorretta. L'idea di ridurre drasticamente, o eliminare del tutto, un nutriente dalla nostra alimentazione risulta, oltre che sbagliato, assolutamente pericoloso.
Anche quando si intende ridurre l'introito calorico al fine di perdere peso è necessario l'equilibrio: proteine, carboidrati e grassi devono essere bilanciati, ma mai nessuno di questi nutrienti deve essere totalmente escluso dalla dieta. Per dimagrire e per farlo in salute, è fondamentale seguire una dieta bilanciata ipocalorica ma soprattutto, cambiare stile di vita, abbandonando la sedentarietà, facendo sport o, semplicemente, essendo più attivi.
Nel breve termine, è vero, le diete low carb aiutano il dimagrimento: questo è inevitabile se consideriamo che i carboidrati sono normalmente assunti in una percentuale tra il 45 e il 60% dell'energia. L'esclusione di tale macronutriente porta il numero sulla bilancia a calare in poco tempo. Se, invece, pensiamo, com'è giusto fare, all'effetto sul lungo termine, ci rendiamo conto che le diete a basso introito di carboidrati portano a un "appiattimento" del peso e, spesso, riconducono al peso di partenza.
Le diete iperproteiche, troppo ricche di grassi e proteine animali, determinano l'instaurarsi di un processo conosciuto come chetosi: risultato della mancanza, nel circolo ematico, di sufficiente glucosio proveniente da carboidrati semplici e complessi, da cui ricavare l'energia necessaria per svolgere le funzioni vitali.
Come difesa, l'organismo è costretto ad intaccare le riserve di grassi: si formano, dunque, i corpi chetonici (acetone, acetoacetato e beta-idrossibutirrato), composti metabolici derivati dall'utilizzo di questo substrato energetico. Questi, in parte, sono utilizzati dai vari organi come carburante ma, a lungo andare, tendono ad accumularsi: l'eccesso non può essere depositato, viene ossidato e questo processo pesa sulla salute di fegato e reni.
Seguire una dieta low-carb troppo a lungo determina numerosissimi svantaggi, primo tra tutti, la riduzione della sintesi dell'ormone tiroideo T3 che, inevitabilmente, comporta un rallentamento del metabolismo. Si verifica un aumento dei livelli di cortisolo e un maggiore consumo di massa magra, a vantaggio della massa grassa: la riduzione della massa muscolare determina una riduzione del numero dei mitocondri. Tutti questi processi portano a un arresto della perdita di peso: non solo, recuperare i chili persi diventa un gioco da ragazzi!
Il perché è semplice: la carenza eccessiva di carboidrati avrà rallentato così fortemente il metabolismo da condurre i soggetti verso una forte tendenza all'ingrassamento. Le privazioni non portano a nulla di buono, difatti, i cibi a cui si rinuncia vengono, a lungo andare, desiderati così bramosamente da determinarne un consumo eccessivo; ed il consumo eccessivo, quando protratto, porta a un recupero dei chili perduti. Il fatto che questa terapia alimentare diventi sempre più diffusa, soprattutto tra i giovani, spaventa un po': può comportare amenorrea, dovuta a bassi livelli di T3, e influisce sull'umore, aggravando le relazioni sociali e la qualità della vita.
Secondo gli esperti, queste diete, da un lato, aumenterebbero il rischio cardiovascolare, dovuto a un consumo elevato di grassi soprattutto animali con conseguente aumento del colesterolo (aumento del rischio di aterosclerosi e infarto del miocardio), dall'altro, aumenterebbero il rischio tumorale, dovuto a un inadeguato apporto di frutta e verdura, quindi, di fibra, vitamine, minerali e antiossidanti. Non solo, la scarsa assunzione di fibra determina (e talvolta aumenta) la stitichezza, soprattutto nei soggetti predisposti.
In conclusione, è giusto non demonizzare una terapia alimentare di questo genere, ma è altrettanto importante prendere consapevolezza del fatto che non può essere prolungata eccessivamente e che il reintegro degli alimenti eliminati dev'essere graduale. Non è un modo corretto per perdere peso, perché porta con sé squilibri metabolici non necessari. Affiancare l'attività fisica a una dieta di questo genere è sempre consigliato perché preserva la massa magra e migliora l'umore. Il modo migliore per perdere peso resta inevitabilmente l'equilibrio, senza rinunce e troppe privazioni.
I carboidrati rappresentano il carburante principale di ogni attività fisica: migliorano la forza e la resistenza, ritardano la comparsa della stanchezza muscolare e favoriscono un recupero più rapido, riducendo il rischio di infortuni. Una volta assunti, vengono convertiti in glucosio e la quota non utilizzata immediatamente viene immagazzinata sotto forma di glicogeno nel fegato e nei muscoli, costituendo una riserva energetica pronta all'uso.
Più l'allenamento è lungo o intenso, più rapidamente si esauriscono queste riserve, ed è proprio in quel momento che compare la sensazione di fatica. Quando, durante un esercizio di resistenza, l'apporto di carboidrati non è sufficiente a coprire il fabbisogno, il corpo comincia a ricavare energia anche dalle proteine. Le camminate a passo sostenuto, inoltre, tendono ad aumentare l'appetito, ed è quindi facile, in questi casi, finire per mangiare più del necessario.
Il fabbisogno giornaliero di carboidrati si misura in grammi per chilo di peso corporeo e varia in base al livello di attività fisica svolta:
Altrettanto importanti sono i grassi alimentari; questi, prima di poter essere utilizzati dai muscoli, devono essere trasformati in acidi grassi. Rappresentano il combustibile di riserva ideale per gli esercizi di resistenza a bassa intensità, come la corsa su lunghe distanze, ma vengono resi disponibili più lentamente rispetto ai carboidrati: per questo è preferibile evitare di assumerne grandi quantità subito prima di allenarsi. In generale, almeno il 20% delle calorie giornaliere dovrebbe provenire da grassi insaturi.
Infine, le proteine svolgono un ruolo fondamentale nell'aumento e nel ripristino della massa muscolare. Non sono consigliate prima dell'attività fisica perché pessimi carburanti, oltre che di difficile digestione. È consigliabile assumerne quotidianamente tra 1,2 e 2 grammi per ogni chilo di peso corporeo: quantità minori per chi pratica esercizi di resistenza, maggiori per chi si dedica ad allenamenti di forza. È preferibile orientarsi su fonti magre o poco grasse, come il pollo senza pelle e lo yogurt. Tenendo presente che le proteine alimentari vengono assimilate meglio rispetto a quelle fornite dagli integratori, spesso questi ultimi si rendono indispensabili al raggiungimento del fabbisogno e in relazione agli obiettivi.
Stanchezza persistente, difficoltà a dormire e irregolarità intestinale sono segnali da non sottovalutare: spesso indicano che la dieta seguita non sta soddisfacendo pienamente il fabbisogno energetico dell'organismo.
Si parla spesso di alimentazione, dimenticando che l'acqua ne è parte integrante: senza di essa il corpo sopravvive molto meno a lungo che senza cibo.
Ogni cellula del nostro organismo dipende dall'acqua per funzionare. L'apparato circolatorio la utilizza per trasportare ossigeno e nutrienti fino ai tessuti, mentre i reni se ne servono per filtrare le sostanze di scarto: ciascun rene elabora oltre 100 millilitri di sangue al minuto, grazie a circa un milione di minuscole unità filtranti chiamate nefroni, che separano l'acqua in eccesso e i prodotti di rifiuto dalle sostanze ancora utili, restituendo queste ultime al sangue. Il risultato di questo processo è l'urina, che percorre l'uretere fino alla vescica, dove viene trattenuta fino alla minzione.
Anche il sudore dipende dall'idratazione, poiché è il meccanismo con cui il corpo si raffredda quando la temperatura sale, e lo stesso vale per il buon funzionamento dell'apparato digerente. Non va poi dimenticato che il cervello è costituito per circa il 75% da acqua: per questo un'idratazione adeguata incide anche sull'umore, sulla lucidità mentale e sulla capacità di concentrazione. Poiché il corpo perde costantemente liquidi, è necessario reintegrarli bevendo a sufficienza ogni giorno.
Le linee guida attuali suggeriscono di bere tra 1,5 e 2 litri d'acqua al giorno, l'equivalente di 8-10 bicchieri o tazze comuni da 200 millilitri ciascuno; si tratta però di un obiettivo minimo per il benessere generale, che può essere opportuno aumentare in base alle proprie esigenze. Chi fatica a raggiungere anche solo 1,5 litri al giorno può provare a puntare a 2, magari aiutandosi con una borraccia riutilizzabile e motivazionale per tenere traccia della quantità assunta.
Un modo pratico per calcolare il proprio fabbisogno idrico personale è moltiplicare il proprio peso corporeo, espresso in chilogrammi, per 0,033: una persona di 60 kg, ad esempio, dovrebbe bere circa 1,98 litri al giorno. Le necessità cambiano anche con l'età e le condizioni di vita: i bambini e i neonati hanno bisogno di meno liquidi degli adulti e possono iniziare a bere acqua a partire dai sei mesi, per poi arrivare a 6-8 bicchieri al giorno crescendo; chi suda molto, chi è particolarmente attivo, chi affronta il caldo estivo o chi allatta ha invece bisogno di reintegrare i liquidi più spesso e in quantità maggiori. Anche con l'avanzare dell'età l'idratazione diventa sempre più importante, ma paradossalmente più difficile da mantenere: gli anziani, infatti, faticano spesso a idratarsi a sufficienza, magari perché si muovono meno o per via di difficoltà di memoria, pur beneficiando chiaramente di un buon apporto di liquidi quando riescono a berne abbastanza.
Circa il 20% dei liquidi che assumiamo proviene direttamente dagli alimenti, mentre il resto va reintegrato attraverso le bevande. Diverse ricerche mostrano come molte persone preferiscano idratarsi con bevande zuccherate, tè, caffè e succhi di frutta, e una parte non trascurabile scelga anche bevande gassate: pur fornendo comunque i liquidi necessari, questi prodotti comportano l'assunzione di caffeina, zuccheri e dolcificanti, con possibili effetti collaterali negativi sulla salute. La scelta dovrebbe ricadere sempre sull'acqua, naturale com'è.
Alcuni studi indicano che una disidratazione pari a circa l'1% del peso corporeo è già sufficiente a compromettere le prestazioni mentali e fisiche, con effetti che peggiorano progressivamente all'aumentare della carenza di liquidi. Una scarsa idratazione mantenuta nel tempo è, inoltre, una delle possibili cause di stitichezza: chi ne soffre può trarre beneficio semplicemente aumentando la quantità di acqua assunta ogni giorno.
Quando l'obiettivo è dimagrire, salire sulla bilancia sembra il momento della verità. Eppure il numero che compare sul display non racconta davvero cosa sta succedendo al tuo corpo.
Pesarsi regolarmente è un modo semplice per tenere sotto controllo le proprie abitudini e correggerle quando serve, così da mantenere un migliore equilibrio energetico. Ci sono però diversi motivi per non affidarsi ciecamente al numero che compare sulla bilancia. Il peso corporeo, infatti, cambia continuamente: basta un solo pasto per farlo oscillare, e nell'arco della giornata può variare anche di 1-3 kg. Alla sera, dopo aver mangiato e bevuto, si è naturalmente più pesanti; a questo si aggiunge che sale, alcol, alcuni farmaci e il ciclo mestruale favoriscono la ritenzione idrica, alterando ulteriormente il dato. Alcuni studi hanno osservato che il peso tende a salire dopo il fine settimana, mentre il momento più indicato per ottenere una lettura di riferimento affidabile sarebbe a metà settimana e a digiuno.
Tuttavia, dare troppa importanza al peso misurato dalla bilancia rischia di restituire un'immagine distorta del proprio corpo e del proprio rapporto con il cibo, e in certi casi può persino generare una forma di dipendenza dal gesto di pesarsi. È importante essere consapevoli che il numero che si legge non riflette la reale quantità di massa grassa, la composizione corporea né lo stato di salute generale. Anche quando il valore sulla bilancia resta invariato, è possibile che si stia comunque perdendo grasso, aumentando la massa muscolare, dormendo meglio o migliorando la salute dell'intestino: cambiamenti importanti che il peso da solo non è in grado di raccontare.
Anche le cosiddette bilance intelligenti, che promettono di misurare la massa grassa inviando una piccola corrente elettrica attraverso il corpo, non sono così affidabili come sembrano: in caso di disidratazione, ad esempio, tendono a sovrastimare la percentuale di grasso corporeo, e diverse ricerche ne hanno messo in dubbio l'accuratezza.
Una delle ragioni per cui il peso da solo può trarre in inganno riguarda la differenza tra grasso e muscolo: a parità di peso, infatti, il muscolo è più denso e occupa meno spazio rispetto al grasso. Questo significa che una persona con una maggiore massa muscolare può pesare di più pur avendo un aspetto più asciutto e tonico rispetto a chi, a parità di peso sulla bilancia, ha una percentuale di grasso corporeo più alta.
L'unico metodo reale per valutare l'andamento di un percorso nutrizionale e darne giudizio è l'analisi bioimpedenziometrica, in grado di stimare la composizione corporea con un'attendibilità tra il 93 e il 97%.
L'arrivo della bella stagione porta con sé le preoccupazioni di chi teme che le alte temperature possano negativamente influire su abbassamenti repentini della pressione arteriosa.
In primavera prima e in estate poi, quello della pressione è un problema abbastanza comune e alcuni alimenti sono in grado di tenere questi valori sotto controllo. Parliamo di un evento quasi "fisiologico" dovuto a cause diverse, come disidratazione e calo glicemico. Siamo spesso portati a pensare che un'alimentazione ipocalorica ci esponga maggiormente a tale rischio, ma la prima causa della pressione bassa è proprio l'acqua. Chi beve poco durante tutto l'anno risente maggiormente dell'arrivo del caldo poiché i liquidi corporei scendono al di sotto del loro fisiologico livello. Solitamente, l'ipotensione improvvisa si verifica, dunque, al raggiungimento di uno stato di disidratazione accentuato, parallelamente a un calo di zuccheri o quando l'afflusso di sangue al cervello è limitato da altri processi, come nell'ipotensione post-prandiale che insorge dopo un pasto abbondante, laddove è richiesto un afflusso di sangue considerevole all'apparato digerente.
La temperatura esterna, lo sport, l'alimentazione e lo stato di salute sono tutte componenti che concorrono a determinare una pressione sanguigna nella norma. In alcuni soggetti, un abbassamento di pressione si manifesta con debolezza, giramenti di testa, inappetenza e, talvolta, svenimenti.
Gli alimenti, se scrupolosamente selezionati, sono il miglior modo per ristabilire l'equilibrio e riportare la pressione a livelli ottimali. Un validissimo aiuto è dato dagli alimenti ricchi di potassio come ananas, banane, verdure a foglia verde e frutta secca (anche la frutta disidratata). Non solo, anche gli alimenti con elevato contenuto in magnesio possono contrastare ipotensione e caldo eccessivo: nello specifico, i cereali, i legumi, l'avocado e il cioccolato fondente. La vitamina B12 è un toccasana; il consumo di uova, carne e formaggi (nella giusta proporzione!) è fondamentale per la produzione di globuli rossi e per il metabolismo energetico. Una carenza di B12 comporta, infatti, ipotensione e anemia. Infine, la stimolazione del sistema nervoso con sostanze eccitanti come tè e caffè è significativa se pensiamo che hanno un effetto sull'aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa.
In generale, affrontare il caldo ed evitare situazioni di ipotensione è facile se si consuma la giusta quantità di frutta e verdura, ricca di minerali e vitamine, a maggior ragione se la scelta ricade su quelle di stagione.
Allo stesso tempo, per prevenire o evitare abbassamenti di pressione, è importante evitare il consumo di determinati alimenti: cibi eccessivamente dolci e raffinati (provocano un picco glicemico a cui segue una fisiologica situazione di ipoglicemia), spezie troppo piccanti o irritanti (possono stimolare la secrezione di acido gastrico, con gastrite e conseguente sudorazione e perdita dei liquidi), consumo eccessivo di alcolici (l'alcol ha effetto vasodilatatore e disidratante: può far scendere la pressione al di sotto del valore minimo).
Il consiglio è quello di avere sempre una bottiglietta d'acqua con sé, della frutta secca o disidratata o un quadratino di cioccolato fondente da consumare al bisogno; tuttavia, uno stile di vita sano ci tutela da questo rischio.
Chiunque segua una dieta ipocalorica, in uno specifico momento, si ritrova a lottare contro il bramoso desiderio di dolci a merenda, dopo pranzo o dopo cena. A causarlo, uno stato di insoddisfazione e frustrazione dettato dal consumo di alimenti a basso indice glicemico e dalla concezione di essere in regime ipocalorico, quindi di dover perdere peso o migliorare la propria forma fisica.
Può, dunque, succedere che i più golosi cadano in tentazione, in parte vanificando gli sforzi e in parte convincendosi che per loro raggiungere l'obiettivo prefissato rappresenti un'utopia.
Dal punto di vista psicologico, tale desiderio dipende dallo stress a cui mente e corpo sono sottoposti durante un regime ipocalorico; tuttavia, spesso, le cause sono ascrivibili alla dipendenza da zuccheri dell'organismo.
Secondo recenti studi scientifici sull'assunzione periodica di zuccheri, è emerso che questi ultimi rilasciano oppioidi e dopamina, sostanze in grado di favorire benessere a breve termine, da cui scaturisce la necessità di desiderarne sempre più, innescando gli effetti di una vera e propria dipendenza. Ecco che accade che la restrizione calorica mirata al miglioramento fisico o alla perdita di peso e la conseguente necessità di dover rinunciare ai dolci dopo i pasti come "meritata coccola giornaliera" sono situazioni che si rivelano stressanti per l'organismo e lo inducono a reagire incrementando ulteriormente la voglia di dolci.
Gli alimenti più zuccherini, infatti, sono considerati comfort food in cui rifugiarsi quando non si è psicologicamente sereni.
Ecco alcune semplici tips per riuscire ad avere un maggiore controllo della situazione e del desiderio di dolci:
Infezione delle basse vie urinarie, la cistite è causata da diversi agenti patogeni. Spesso è correlata a un abbassamento delle difese immunitarie, conseguente a un forte stress e affaticamento psicofisico, che predispone maggiormente l'organismo all'attacco di virus e batteri. I sintomi caratteristici sono dolore intimo, bruciore, sensazione pungente durante la minzione, stimoli frequenti a urinare, spesso con la presenza di tracce di sangue. Ancora una volta, l'alimentazione gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione di questo disturbo; ma vediamo in che modo.
Bisogna precisare che un intestino sano rappresenta la prima linea di difesa dai batteri che possono provocare la cistite. In condizioni normali, infatti, nell'intestino sono presenti microrganismi benefici che ostacolano la crescita dei microrganismi nocivi; in situazioni di stress, i primi si riducono, favorendo la proliferazione dei secondi, i quali, soprattutto a livello delle vie urinarie, sfociano in cistite.
Lo yogurt (preferibilmente quello biologico, anziché il classico naturale), il kefir e gli alimenti sottoposti a fermentazione lattica contengono batteri "buoni" (lattobacilli) che hanno la funzione di rigenerazione della microflora intestinale, importante per la produzione di cellule attive del sistema immunitario. Anche sedano, cetrioli e zucchine, ortaggi fortemente depurativi, non devono mancare sulla tavola di chi soffre di cistite poiché facilitano la diuresi e aiutano l'organismo a eliminare tossine e liquidi. Un eccesso di questi ultimi favorisce la moltiplicazione dei batteri responsabili di tale disturbo.
Mirtilli rossi e blu sono, certamente, un toccasana poiché incentivano i processi antiossidativi necessari a contrastare gli effetti dello stress sull'organismo e, allo stesso tempo, sono tra i rimedi più efficaci anti-cistite dacché in grado di migliorare l'azione del microcircolo a livello delle mucose, spesso infiammate. Per garantirne un beneficio, può essere utile bere mezzo bicchiere di succo di mirtillo bio (almeno 98% frutta) diluito in acqua minerale naturale, a colazione o negli spuntini.
Bere almeno 2,5 litri di acqua al giorno è indispensabile; l'acqua favorisce la diuresi, evita un'eccessiva concentrazione delle urine con conseguente sviluppo di microrganismi nocivi, riduce il rischio di stitichezza.
È importante mantenere "pulito e sano" l'intestino con le fibre: in alcuni casi, la cistite è favorita dalla stitichezza. È opportuno, quindi, aumentare la quantità di fibre della dieta; via libera a frutta, verdura e cereali integrali.
In definitiva, tra gli alimenti consigliati ritroviamo sicuramente: cavoli, sedano, carote, zucchine, fagiolini e patate; uva, banane e mirtilli; pesce azzurro, pollo e carni bianche; tè verde; kefir e yogurt bio.
Sono, al contrario, da evitare: alcolici (principalmente birra) e aceto di vino; carni rosse e processate, quindi insaccati; dolci e alimenti ricchi in zuccheri; spezie come pepe e peperoncino; tè nero, caffè e cioccolato; peperoni, melanzane e pomodori; latte e derivati; cereali raffinati.
Non trascurate quindi una buona idratazione, il consumo frequente di mirtilli, in grado di controllare l'infiammazione, e di ortaggi, ricchi di fibre e acqua.
È noto, già da diverse decine di anni, che elevati apporti di sodio (contenuto nel sale da cucina) determinano un aumento del rischio di ipertensione e, più in generale, di malattie cardiovascolari. Di sicuro, limitare il consumo di sale a tavola è fondamentale alla riduzione della ritenzione idrica e della famosissima "buccia d'arancia". Sappiamo che adottare un regime iposodico (quindi, con basso apporto di sodio) permette di eliminare più facilmente i liquidi in eccesso, favorendo il dimagrimento e riducendo gli inestetismi della pelle.
È doveroso sapere che, attualmente, il consumo di sale nella popolazione mondiale è dieci volte superiore a quello fisiologicamente necessario (10g/die). Un importantissimo studio, INTERSALT, ha esaminato il rapporto tra consumo di sodio giornaliero e insorgenza dell'ipertensione arteriosa. È emerso che maggiore è il consumo di sodio, maggiore è la tendenza all'aumento dei valori pressori medi, all'avanzare dell'età.
Le fonti di sale nell'alimentazione quotidiana si distinguono in: sale naturalmente presente nei prodotti alimentari, sale aggiunto al momento della trasformazione/lavorazione delle materie prime, sale aggiunto in maniera arbitraria dai consumatori. Il sale è contenuto soprattutto in pane (30% circa), salumi (20%) e formaggi (15%). Non dobbiamo però trascurare che molti prodotti decantati come salutari hanno un contenuto di sale molto alto e che tutto ciò che acquistiamo non fresco possiede il sale come conservante; pensiamo ad esempio alle tanto salutari fette biscottate!
Bisogna tenere presente che ci sono degli importantissimi alimenti in grado di esaltare il sapore dei cibi, senza utilizzare il sale: le spezie. Rappresentano un vero e proprio segreto per mangiare ugualmente con gusto, apportando, al tempo stesso, notevoli benefiche proprietà all'organismo.
Possiamo, oltre alle spezie, utilizzare l'aceto di vino e il limone, alimenti che, pur non appartenendo alla categoria delle spezie e delle erbe aromatiche, sono grandissimi esaltatori di sapidità: il loro utilizzo consente di controllare l'aggiunta di sale, senza controindicazioni.
Sebbene, ad oggi, l'assunzione di sale non rappresenti un problema imminente, potrebbe predisporre, a lungo andare, i soggetti a patologie cardiache, pertanto potremmo cercare di controllarne il consumo al fine di escludere un rischio futuro.
Frutto di una pianta appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, la zucca è l'ortaggio principale del periodo autunnale. Fa parte della famiglia delle zucchine, dei cetrioli, dell'anguria e del melone e costituisce un alimento nutriente, con spiccata azione diuretica e calmante.
Si consumano da oltre 10.000 anni; gli Indios le coltivavano per i semi, perché a quel tempo questi ortaggi non erano ricchi di polpa. Nei secoli, sono state sviluppate varietà più carnose e più profumate, che i popoli dell'America latina coltivavano insieme con il granturco e le fave.
Le zucche si possono in generale raggruppare in due grandi categorie: zucche estive e zucche invernali. Questa classificazione considera la durata di conservazione di questi frutti; le zucche estive si mantengono per breve tempo, mentre quelle invernali resistono per buona parte della stagione fredda, se le condizioni di conservazione sono adeguate. Le zucche si prestano a cotture differenti: in acqua, al vapore, al forno, al microonde.
È povera di calorie, ricca di nutrienti, con effetti benefici per la salute. È ricca di antiossidanti, che riducono il rischio di malattie cronico-degenerative come cancro e malattie cardiovascolari.
È ricchissima di acqua (95 g su ogni etto di prodotto) e povera di zuccheri, tanto da essere ampiamente consigliata nelle diete ipocaloriche per la sua alta digeribilità e per la stimolazione della diuresi. I semi contengono infatti la cucurbitina, sostanza utile nella prevenzione delle disfunzioni e dei disturbi dell'apparato urinario. È antinfiammatoria, ideale per chi soffre di gastriti, e rimedio imbattibile contro la stitichezza, in grado di favorire il corretto funzionamento del transito intestinale, oltre ad aumentare il senso di sazietà.
Aiuta a ridurre il colesterolo, protegge le arterie e questo fa di lei un alleato indiscusso per il cuore; inoltre, oltre alla vitamina A (contiene il carotene), presenta anche le vitamine C e B1 insieme a minerali, tra cui calcio, sodio, fosforo e potassio. La vitamina C, contenuta nella polpa, è un valido aiuto per il rafforzamento delle difese immunitarie e la prevenzione dei malanni stagionali, come raffreddore, mal di gola e altri sintomi influenzali.
La zucca ha importanti proprietà anche nell'ambito della cosmesi: è amica della pelle (talvolta, infatti, è utilizzata nella preparazione di maschere viso) e la sua polpa è utilizzata come lenitivo delle infiammazioni cutanee. Si presta a molteplici ricette, dolci e salate, consumata in gustose varianti: gnocchi, vellutate, chips. I semi, invece, una volta essiccati, sono un perfetto snack salutare e spezzafame, utilizzabile anche in insalate, nella preparazione di biscotti, torte o altri lievitati.
Non ci sono limitazioni sul consumo di zucca; è dimostrato che la presenza di inositolo, polisaccaridi e pectina in questo ortaggio può contribuire alla riduzione dei livelli di glucosio ematico, per cui non solo il suo consumo non è da evitare per i diabetici, ma è, al contrario, consigliata, compatibilmente con un'alimentazione sempre equilibrata e bilanciata. Quando consumata con buccia, l'apporto di fibra di questo ortaggio sale considerevolmente.
Insomma, l'autunno è arrivato: portare a tavola, in diverse salse, una bella zucca farà solo bene al vostro corpo!
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) stanno assumendo sempre maggiore rilevanza nella nostra società poiché i modelli di bellezza e di successo suggeriti dalla pubblicità, dalla televisione e da altri fondamentali mezzi di comunicazione identificano nell'aspetto fisico e nella magrezza le caratteristiche imprescindibili per essere desiderabili e attraenti in campo lavorativo e privato.
I DCA non originano mai da una causa esterna; spesso l'eziologia è multifattoriale e comprende un insieme di concause: psicologiche (bassa autostima, ansia, depressione, insicurezza), biologiche (anomalie nel funzionamento di alcune regioni cerebrali) e socioculturali (costante disponibilità di cibo, scarsa accettazione, pressione per il raggiungimento di una bellezza insostenibile).
I più famosi DCA comprendono: anoressia nervosa, bulimia nervosa e BED (Binge Eating Disorder – Disturbo dell'Alimentazione Incontrollata).
L'anoressia nervosa è caratterizzata da un'intensa paura di ingrassare, persistente comportamento che interferisce con l'aumento di peso legato a un'alterata percezione del proprio corpo e delle proprie forme. Nella forma restrittiva la perdita di peso si ottiene con digiuni prolungati e/o esercizio fisico eccessivo; nella forma bulimica, le abbuffate sono frequenti ma seguite da condotte di eliminazione, come il vomito autoindotto e l'uso spropositato di lassativi. Solitamente l'esordio si ha durante l'adolescenza o la giovane età adulta ed è spesso associato ad un evento di vita stressante/traumatico.
La bulimia nervosa si presenta con ricorrenti abbuffate in una ristretta fascia temporale (meno di due ore), seguite da ricorrenti comportamenti inappropriati per prevenire l'aumento di peso: vomito autoindotto, uso improprio dei lassativi, digiuni.
Infine il BED si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffate associati a un consumo di cibo molto più rapido del normale fino al sopraggiungimento del disagio. Si verificano almeno una volta a settimana per almeno tre mesi.
Molteplici studi correlano l'immagine corporea con il rischio di sviluppare un DCA. L'introduzione di mezzi di comunicazione moderni ha contribuito alla diffusione di un modello di bellezza e all'instaurarsi di comportamenti alimentari malsani. L'attività fisica regolare è essenziale per il benessere fisico, mentale e sociale. Gli sportivi rappresentano un ideale di salute e forma fisica ma, essendo consapevoli che l'alimentazione gioca un ruolo cruciale nel miglioramento delle prestazioni, tendono ad esercitare un eccessivo controllo sulla dieta, spesso senza consultare professionisti. Ed ecco che subentra il rischio di essere una popolazione ad alto rischio e, successivamente, di cattivo esempio.
Mangiare non è solo una necessità fisiologica, ma anche un momento di piacere, condivisione, nutrimento per corpo e mente. Nella frenesia della vita quotidiana, molti tendono a trascurare l'importanza di concedere il giusto tempo al pasto, optando per pranzi veloci, spesso non equilibrati e sani.
Mangiare lentamente favorisce una migliore digestione e riduce lo stress. Consumare il pasto lentamente permette anche di ingerire meno aria e, di conseguenza, evita disagi come il gonfiore addominale e il meteorismo. Mangiare lentamente ha un altro grande vantaggio: permette di avere una maggiore consapevolezza alimentare, fondamentale nel percorso di guarigione per chi soffre di DCA. Nasce il concetto di mindful eating (mangiare consapevolmente): una particolare attenzione e consapevolezza nei confronti del cibo e nelle sensazioni che accompagnano il pasto. È importante cominciare dalla preparazione del pasto, scegliere il cibo giusto, masticare lentamente, fare delle pause percependo il senso di sazietà. Aumentando la consapevolezza del nostro rapporto con il cibo possiamo ottenere importantissimi benefici per la salute, riconoscere i DCA ed affrontarli nel migliore dei modi con professionisti del settore.
Nasce sul finire degli anni ’90 dalle teorie di un naturopata americano, Peter d’Adamo, e in breve tempo spopola: è la dieta del gruppo sanguigno, una terapia alimentare secondo cui i gruppi sanguigni sarebbero associati a tappe diverse evolutive dell’uomo e a ciascuno di essi corrisponderebbero specifici modelli alimentari. In altre partole, ciascun gruppo sanguigno avrebbe quindi una specifica lista di alimenti da prediligere, alimenti neutri e alimenti da evitare:
Sono tre gli studi più importanti con scopo di dimostrare se tale terapia alimentare potesse essere fondata su basi solide.
Nel 2013, una revisione sistematica che analizzava circa 1400 pubblicazioni sul tema e solo una risultò attendibile. La ricerca analizzava le differenze dell’impatto di una dieta a basso contenuto di grassi sui livelli di colesterolo LDL (marcatore di malattie cardiovascolari). Nei soggetti appartenenti a gruppi sanguigni A, B, AB e 0. Nessuna differenza risultò attribuibile al gruppo sanguigno.
Nel 2014, un altro studio analizzò nuovamente la dieta in questione. 1455 persone sane compilarono un diario alimentare, appuntando pressione, glicemia, BMI e circonferenza vita. Confrontando i risultati con i gruppi sanguigni si potette notare che un migliore stato di salute fosse esclusivo dei soggetti che preferivano alimenti vegetali e seguivano una dieta ipolipidica, indipendentemente dal gruppo sanguigno.
L’ultimo studio del 2021 confermò quanto riportato dagli studi precedenti: nessun beneficio relativo al gruppo sanguigno di appartenenza. A un gruppo di soggetti venne somministrata una dieta vegetale e ipolipidica per 16 settimane e vennero valutati gli effetti su peso, lipidi nel sangue e glicemia, considerando il gruppo sanguigno. I risultati non riportarono alcuna evidenza sui diversi gruppi.
In definitiva, si può dire che la dieta del gruppo sanguigno non ha validità scientifica: seguire una dieta mediterranea, ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali, a basso contenuto di grassi, può rappresentare un beneficio per chiunque, a prescindere dal gruppo sanguigno di appartenenza.
Al giorno d’oggi, il tempo che trascorriamo al supermercato è sempre minore e leggere le etichette di ciò che acquistiamo è diventata un’utopia, men che meno se pensiamo che oggi abbiamo la possibilità di fare la spesa anche online. È bene sapere che l’alimentazione corretta ha inizio al supermercato, nel momento in cui scegliamo gli alimenti da portare sulle nostre tavole. A catturare l’attenzione del consumatore dovrebbe essere proprio la lista degli ingredienti, presente obbligatoriamente in ogni etichetta. Con questo articolo cercheremo insieme di capire come fare scelte consapevoli e salutari al supermercato.
Sicuramente ciò che visivamente colpisce è la lunghezza della lista degli ingredienti: più lunga è la lista degli ingredienti, meno di qualità sarà il prodotto che scegliamo, in quanto ricco di additivi, conservanti, coloranti e altre sostanze chimiche di cui il consumatore solitamente non conosce l’origine. Nella lista degli ingredienti, inoltre, alcuni appaiono in grassetto: questi devono essere evidenziati per legge per indicare il rischio potenziale di allergia o intolleranza.
Non meno importante è l’ordine con cui gli ingredienti sono riportati in etichetta: regolato per legge, i vari componenti sono citati in ordine decrescente di quantità, dal più presente al meno presente.
Facciamo degli esempi. Se desideriamo acquistare un prodotto integrale, dobbiamo sempre assicurarci che al primo posto nella lista degli ingredienti ci sia la farina integrale; se, al contrario, troviamo una farina raffinata o la dicitura “farina di frumento” vorrà dire che quel prodotto è un falso integrale e che la farina integrale o la crusca (involucro ricco di fibra che riveste i semi dei cereali) si ritrovano al secondo o terzo posto, quindi in quantità nettamente inferiori. La dicitura “farina di frumento” deve metterci in guardia perché generica: non conosciamo la tipologia di farina utilizzata, potrà essere presente la farina di tipo 00, 0, 1, 2 o integrale. Solitamente, quando non specificato, la farina utilizzata sarà quella che costa meno, quindi la 00 o la 0, tra gli ingredienti a più elevato indice glicemico, quindi tra i più pericolosi.
Uno degli ingredienti a cui, oltre alla farina, è sempre bene fare attenzione è lo zucchero bianco (quando non indicata la tipologia di zucchero, quello utilizzato sarà quello bianco), che rappresenta una delle problematiche maggiori nell’industria dolciaria. Come fare, quindi? È importante confrontare prodotti simili ma di marche differenti, in modo da poter scegliere consapevolmente gli alimenti per la prima colazione. Diffidate e non acquistate prodotti che hanno lo zucchero come primo o secondo ingrediente!
Farina raffinata e zucchero sono tra gli ingredienti a più alto indice glicemico. Quest’ultimo rappresenta la capacità con cui aumenta la glicemia, in seguito all’assunzione di un pasto contenente carboidrati. In altre parole, un prodotto a basso indice glicemico, determina un aumento lento della glicemia nel sangue, mentre un prodotto ad elevato indice glicemico, determinerà picchi glicemici che favoriranno il processo di accumulo di grasso.
Attenzione allo sciroppo di glucosio che rappresenta il dolcificante con la maggior capacità di dare picchi glicemici perché costituito da glucosio ed in forma liquida (quindi facilmente assorbibile), solitamente utilizzato per conferire un sapore ulteriormente dolce al prodotto.
In conclusione, acquistate i vostri prodotti consapevolmente e non abbiate fretta di fare la spesa, le scelte alimentari ricadrebbero su prodotti poco sani e, a rimetterci, sareste voi e la vostra salute.
La chiusura delle palestre e il promiscuo numero di aperitivi in spiaggia preoccupano chi ha intrapreso mesi prima un percorso nutrizionale. È tempo di estate e di relax e corpo e mente necessitano inevitabilmente di calma e tranquillità. Ed ecco che nonostante l’estate sia il periodo più atteso dell’anno, in vacanza l’alimentazione non va trascurata.
Da nutrizionista, voglio darvi consigli semplici e pratici per mantenere una corretta alimentazione in estate senza incorrere in carenze nutrizionali e portare il numero sulla bilancia ad aumentare drasticamente:
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) stanno assumendo sempre maggiore rilevanza nella nostra società poiché i modelli di bellezza e di successo suggeriti dalla pubblicità, dalla televisione e da altri fondamentali mezzi di comunicazione identificano nell’aspetto fisico e nella magrezza le caratteristiche imprescindibili per essere desiderabili e attraenti in campo lavorativo e privato.
I DCA non originano mai da una causa esterna, spesso l’eziologia è multifattoriale e comprende un insieme di concause: psicologiche (bassa autostima, ansia, depressione, insicurezza), biologiche (anomalie nel funzionamento di alcune regioni cerebrali) e socioculturali (costante disponibilità di cibo, scarsa accettazione, pressione per il raggiungimento di una bellezza insostenibile).
I più famosi DCA comprendono: anoressia nervosa, bulimia nervosa e BED (Binge Eating Disorder – Disturbo dell’Alimentazione Incontrollata).
L’anoressia nervosa è caratterizzata da un’intensa paura di ingrassare, persistente comportamento che interferisce con l’aumento di peso legato a un’alterata percezione del proprio corpo e delle proprie forme. Nella forma restrittiva la perdita di peso si ottiene con digiuni prolungati e/o esercizio fisico eccessivo; nella forma bulimica, le abbuffate sono frequenti ma seguite da condotte di eliminazione, come il vomito autoindotto e l’uso spropositato di lassativi. Solitamente l’esordio si ha durante l’adolescenza o la giovane età adulta ed è spesso associato ad un evento di vita stressante/traumatico.
La bulimia nervosa si presenta con ricorrenti abbuffate in una ristretta fascia temporale (meno di due ore), seguite da ricorrenti comportamenti inappropriati per prevenire l’aumento di peso: vomito autoindotto, uso improprio dei lassativi, digiuni.
Infine il BED si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffate associati a un consumo di cibo molto più rapido del normale fino al sopraggiungimento del disagio. Si verificano almeno una volta a settimana per almeno tre mesi.
Molteplici studi correlano l’immagine corporea con il rischio di sviluppare un DCA. L’introduzione di mezzi di comunicazione moderni ha contribuito alla diffusione di un modello di bellezza e all’instaurarsi di comportamenti alimentari malsani. L’attività fisica regolare è essenziale per il benessere fisico, mentale e sociale. Gli sportivi rappresentano un ideale di salute e forma fisica ma essendo consapevoli che l’alimentazione gioca un ruolo cruciale nel miglioramento delle prestazioni tendono ad esercitare un eccessivo controllo sulla dieta, spesso senza consultare professionisti. Ed ecco che subentra il rischio di essere una popolazione ad alto rischio e, successivamente, di cattivo esempio.
Mangiare non è solo una necessità fisiologica, ma anche un momento di piacere, condivisione, nutrimento per corpo e mente. Nella frenesia della vita quotidiana, molti tendono a trascurare l’importanza di concedere il giusto tempo al pasto, optando per pranzi veloci, spesso non equilibrati e sani.
Mangiare lentamente favorisce una migliore digestione e riduce lo stress. Consumare il pasto lentamente permette anche di ingerire meno aria e, di conseguenza, evita disagi come il gonfiore addominale e il meteorismo. Mangiare lentamente ha un altro grande vantaggio: permette di avere una maggiore consapevolezza alimentare, fondamentale nel percorso di guarigione per chi soffre di DCA. Nasce il concetto di mindful eating (mangiare consapevolmente): una particolare attenzione e consapevolezza nei confronti del cibo e nelle sensazioni che accompagnano il pasto. È importante cominciare dalla preparazione del pasto, scegliere il cibo giusto, masticare lentamente, fare delle pause percependo il senso di sazietà. Aumentando la consapevolezza del nostro rapporto con il cibo possiamo ottenere importantissimi benefici per la salute, riconoscere i DCA ed affrontarli nel migliore dei modi con professionisti del settore.
È ormai fortemente radicata l’idea che affidarsi ad un professionista in campo nutrizionale sia necessario solo qualora si voglia perdere qualche chilo di troppo. Tuttavia, il ruolo del nutrizionista è quello di fornire un’ampia conoscenza del mondo dell’alimentazione, attraverso un supporto costante che prescinda dalla perdita di peso. Parliamo di una figura professionale che, attraverso un percorso di rieducazione alimentare, mira a modificare stili di vita scorretti e ad aiutare il paziente a raggiungere un rapporto sano con il cibo, al fine di ritrovare l’omeostasi metabolica. Tale figura si rende necessaria in qualsiasi fase della vita del soggetto: in sportivi, adulti, adolescenti, donne gravide e in allattamento, soggetti con patologie, ecc. Basti pensare a quanto possa essere pericolosa una carenza di calcio in età adolescenziale: le ripercussioni sulla salute delle ossa in età adulta sono quasi certe; o alla carenza di acido folico in gravidanza con conseguente comparsa difetti nel nascituro di difetti del tubo neurale (spina bifida o anencefalia).
Ma perché affidarsi a un professionista quando tutte le informazioni riguardo il mondo alimentare sono facilmente reperibili online? È vero, al giorno d’oggi, internet e i social media in generale ci bombardano di informazioni in merito e questo sta portando all’inesorabile crescita delle “diete fai da te”. Il rischio di accettare consigli alimentari da food blogger o influencers è sempre più alto; parliamo di soggetti che trasmettono alta credibilità ma che in realtà non possiedono alcuna conoscenza scientifica su argomenti di cui si dicono esperti. La scelta del professionista non è semplice, date le innumerevoli informazioni in circolo e il rischio è quello di rivolgersi a chi promette risultati immediati, senza sforzo e in poco tempo. Crescere, imparare, migliorarsi, educare gli altri ed educarsi sono tutte attività che richiedono tempo, costanza ed infinito impegno. E così in campo nutrizionale, qualsiasi cambiamento delle abitudini alimentari richiede tempo, costanza ed impegno e necessita di una fase di transizione. Perdere peso in modo sano e duraturo nel giro di poco tempo purtroppo è impossibile: il rischio di sottoporvi a diete restrittive è altissimo, così come il rischio di carenze nutrizionali e danni alla vostra salute. Ed ecco che la figura di un professionista, competente e preparato, è l’unica che può portarvi a fare le scelte più giuste: non siamo tutti uguali, ogni soggetto è ed ha esigenze differenti, così come non esiste una dieta standard ma diverse terapie alimentari che possono rivelarsi utili, in base a chi si ha difronte. La domanda che sorge spontanea è: ma chi ha davvero bisogno di tale figura? Chi vuole perdere peso e rimettersi in forma in modo sano e duraturo, chi è affetto da patologie (diabete tipo 1 e 2, malattie cardiocircolatorie, obesità e sovrappeso, malattie tumorali ed autoimmuni, malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, disturbi gastrointestinali, stitichezza, gonfiori addominali, osteoporosi, sclerosi multipla, ecc.) e chi è predisposto a svilupparle, chi ha allergie o intolleranze alimentari, chi ha carenze nutrizionali, chi è sportivo e vuole massimizzare i risultati ma soprattutto, in tutte le fasi della vita se davvero volete migliorare la vostra alimentazione, abbandonando la sedentarietà, le cattive abitudini alimentari, riconoscendo che un esperto può solo aiutarvi a fare chiarezza, abbandonando falsi miti e credenze e assicurandovi salute e benessere in ogni fase ed età della vostra vita.
Come tutti sappiamo, la combinazione perfetta per una vita in salute è il trio alimentazione, allenamento, acqua. Ciò che, di fatto, ci consente di ottenere risultati in termini di dimagrimento, aumento della massa muscolare e/o mantenimento della composizione corporea è il bilancio energetico giornaliero (TDEE), costituito dal nostro metabolismo basale (energia necessaria all’organismo per svolgere le normali funzioni vitali), dal consumo energetico giornaliero comprensivo (o meno) di workout e dalla termogenesi indotta dagli alimenti (energia che l’organismo spende in più ogni volta che si consumano alimenti) . è evidente che, a seconda dell’obiettivo, dell’allenamento e di una serie di altre variabili, la dieta dev’essere modulata, in primis in termini di quantità di macronutrienti. Allo stesso modo, è importantissimo valutare con professionisti del settore, la possibilità di assumere integratori, qualora la dieta, da sola, non riuscisse a raggiungere il fabbisogno.
Quanti si allenano a digiuno e quanti, invece, post-workout evitano di consumare cibo per cercare di ottenere maggiori risultati? Quali nutrienti è giusto assumere prima e dopo un allenamento di 60/80 minuti?
Purtroppo i digiuni non portano a nulla di buono in quanto, pre-allenamento non solo ridurrebbero le energie durante l’allenamento, ma ridurrebbero la concentrazione sulla tecnica nello svolgimento degli esercizi; post-allenamento, invece, mancherebbero proteine fondamentali per il ripristino muscolare. Se ci si allena di mattina, è fondamentale svegliarsi prima per riuscire a consumare un pasto completo, se ci si allena di sera, è bene ritagliarsi del tempo per un ristoratore spuntino pre-workout.
Ma analizziamo la distribuzione dei nutrienti, partendo dai carboidrati. Questi ultimi sono da inserire nella finestra pre e post-workout per ripristinare le scorte di glicogeno utilizzate per alimentare i muscoli durante l’attività fisica. Lo sforzo muscolare, infatti, determina il consumo di glucosio, per cui diviene necessario attingere dalle fonti di glicogeno. Per tale motivo, un pasto post-allenamento con carboidrati va consumato almeno 2 ore dopo la fine dell’attività. Non è necessario assumere, invece, carboidrati, durante la sessione di allenamento.
Per quel che riguarda le proteine, la loro assunzione in maniera equa durante la giornata, costituisce un toccasana per la salute, soprattutto se consideriamo che svolgono una funzione strutturale (enzimi e anticorpi), immunitaria, di trasporto (di ossigeno, minerali, lipidi) ecc. Tuttavia, la loro assunzione nel post-allenamento è fondamentale perché, dopo lo sforzo, la loro azione migliora e accelera il recupero muscolare, stimola la nuova sintesi proteica e ottimizza le prestazioni per il workout successivo.
I lipidi, invece, sono solitamente da preferire distanti rispetto al workout, magari consumati a colazione e pranzo, in caso di allenamento serale o a cena e pranzo, in caso di allenamento mattutino. Il motivo è da ricercare nella difficoltà nella digestione del nutriente; difatti, i lipidi possono creare disturbi gastro-intestinale, nel caso in cui non vengano tempestivamente smaltiti dall’organismo.
Infine, è preferibile distanziare gli allenamenti nell’arco della settimana, alternando giorni di riposo a giorni di allenamento; in tal modo sarà fornito al muscolo il giusto tempo di riposo.
L’arrivo della bella stagione, il forte caldo e la prova costume spingono molti a cercare la strategia alimentare più adatta al proprio corpo per dimagrire velocemente. Inevitabilmente una soluzione valida per tutti non esiste e molti fanno affidamento sulle loro capacità nel gestire i pasti. Ecco, quindi, che si ricorre al digiuno intermittente (o dieta “mima-digiuno” come la definisce Valter Longo nel suo libro “la dieta della longevità”); si tratta di uno schema alimentare basato sull’idea di creare una “finestra temporale” di digiuno con durata tale da incidere sul bilancio calorico complessivo. Ne esistono, tuttavia, due diverse tipologie: la dieta 5.2 e la dieta 16.8.
Il metodo 5.2 si basa sull’alternanza di 2 giorni di riduzione calorica estrema (fino a 500kcal) e 5 giorni con assunzione calorica regolare, in cui è possibile mangiare tutto senza alcuna restrizione. Questo regime alimentare è stato testato dal medico Michael Mosley, autore del libro The fast diet.
Il metodo 16.8 si basa sull’alternanza di 16 ore di digiuno a 8 ore di consumo regolare dei pasti. Ad esempio, il consumo dei pasti potrebbe essere dalle 7 di mattina alle 15, evitando dunque la cena, o ancora dalle 19 fino alle 11 del giorno dopo, evitando la colazione e passando direttamente al pranzo. Durante il consumo dei pasti, quindi durante le 8 ore, è ugualmente necessario mantenere un regime alimentare bilanciato ed equilibrato in termini di nutrienti con un apporto proteico tra l’11 e il 14%, un apporto glucidico di circa il 55% e la restante percentuale di apporto lipidico. Questo regime alimentare, che porta alla riduzione dell'appetito, è stato testato dallo studio condotto dalla ricercatrice italiana Eleonora Poggiogalle del Pennington Biomedical Research Center in USA e attualmente presso La Sapienza a Roma.
Le evidenze più fondate sulla riuscita di questo metodo alimentare riguardano la preservazione di un benessere cellulare generalizzato, a livello di tutti gli organi corporei. La ragione è legata al fatto che, grazie a tale metodo, si esauriscono le riserve di glucosio e si ricorre al consumo di grassi come fonte energetica. In tal modo è possibile migliorare il processo di secrezione di insulina, a seguito dell’assunzione di zuccheri, la riduzione dell’appetito e della risposta infiammatoria, oltre all’aumento della resistenza allo stress. Dai risultati di quattro studi condotti sugli animali e sull’uomo, si rileva che il digiuno porterebbe a una riduzione della pressione sanguigna, dei livelli di lipidi nel sangue e della frequenza cardiaca.
Bisogna però, tenere bene a mente che prima di intraprendere un percorso alimentare di questo genere, diversi fattori devono essere considerati: intanto il livello di attività fisica, chi svolge sport deve assolutamente evitare restrizioni caloriche eccessive; chi ha un’alimentazione scorretta con un introito calorico superiore alle 1500kcal può riscontrare grosse difficoltà nella gestione di tale schema alimentare, a causa della sensazione di fame e della crescente irritabilità. Il digiuno intermittente non è adatto a tutti e non è raccomandabile, per esempio, ai bambini, ai ragazzi in fase in crescita, alle donne in gravidanza, agli anziani e alle persone alle prese con una malattia cronica. Per questo motivo, come sempre quando ci si mette a dieta è fondamentale essere seguiti da uno specialista esperto, fermo restando che tale regime alimentare non può essere considerato permanente e deve, pertanto, essere seguito per un periodo limitato di tempo.
In questo numero vi fornirò consigli su come affrontare questi giorni di festa. Parto col dire, come faccio sempre, che il cibo non dev’essere inteso come privazione o rinuncia, perché esso è in primo luogo convivialità. E niente, più di questi momenti, ci ricordano l’importanza di ritrovarci a tavola, di vivere la spensieratezza, i cenoni e le tombolate in famiglia.
Sono, allo stesso modo, certa che non c’è niente che vi terrorizzi di più dell’idea della bilancia il 7 gennaio o nei giorni successivi ad esso.
Senza essere troppo prolissa, di seguito troverete i consigli semplici e pratici che possano guidarvi in questi giorni.
Che si tratti di trovare il tempo per fare colazione al mattino o di sedersi a tavola con la famiglia la sera, le ricerche confermano che quando e come mangiamo influisce sulla nostra salute mentale e fisica. Gli schemi alimentari possibili sono diversi: una colazione regolare, un pranzo regolare e una cena modesta; oppure una colazione contenuta, un pranzo regolare e una cena modesta; o ancora due soli pasti, uno mattutino e uno pomeridiano, entrambi regolari.
Qualunque sia la scelta, numerosi studi hanno dimostrato che è più salutare consumare i pasti alla stessa ora della giornata. Pasti regolari, inclusa la colazione e uno o due pasti al giorno, insieme a un apporto energetico maggiore nella prima metà della giornata, danno benefici fisiologici, riducono gli stati infiammatori e migliorano la resistenza allo stress. Orari regolari trasmettono anche un senso di ritmo e di famiglia, con veri benefici psicologici. Del resto, l'appetito e il consumo di energia seguono i ritmi circadiani, il naturale «orologio del corpo» che regola i momenti del risveglio, del sonno e così via. Quando non si riesce ad adeguare gli orari dei pasti a questi ritmi, si possono personalizzare e sincronizzare con il ciclo del sonno. Ciò non significa imporsi restrizioni alimentari: basta ascoltare il proprio corpo e capire quando e quanto mangiare. In alcuni giorni si ha più fame, ed è normale e importante rispettarlo. Attenersi ai propri ritmi migliora la salute e limita l'aumento di peso.
Un aspetto particolarmente delicato è la colazione. Un recente studio su chi la consuma in modo irregolare ha scoperto che i giovani tra i 13 e i 18 anni sono quelli che la saltano più spesso: il 22% dei partecipanti di questa fascia d'età la faceva solo due o meno giorni su quattro. Studi precedenti avevano già mostrato l'influenza di fattori come le differenze di struttura familiare, il gruppo etnico di appartenenza, la condizione socioeconomica, i limiti di tempo e l'incapacità di gustare il cibo.
Per ottenere il meglio dai pasti, sarebbe bene stare seduti davanti a un tavolo: questo permette allo stomaco di svuotarsi, aiutando la digestione, e spinge anche a mangiare consapevolmente e ad accorgersi di quando si è sazi. Ancora meglio è stare seduti con amici e familiari, perché conversare durante un pasto rallenta la velocità di assunzione del cibo, consentendo di rendersi conto del senso di sazietà prima di esagerare. Al contrario, cenare davanti alla televisione distrae da quello che si ha nel piatto, e alcune ricerche sostengono che ci spinge a mangiare più del dovuto.
Il sonno è il momento in cui corpo e mente si distendono e recuperano le energie. È soprattutto durante il riposo notturno che l'organismo porta avanti gran parte dei processi di manutenzione e riparazione, e dormire troppo poco può avere conseguenze sulla salute.
Gli studiosi non hanno ancora chiarito se sia la qualità del sonno a influenzare l'alimentazione o il contrario, ma tra i due aspetti sembra esserci un legame. Ciò che è certo è quanto un buon riposo sia importante per la salute e il benessere. Dormire a sufficienza e mangiare con regolarità durante la giornata favoriscono una produzione ottimale di ormoni, e chi segue un'alimentazione sana ed equilibrata, come la dieta mediterranea, soffre meno di insonnia.
Il rapporto tra sonno insufficiente e obesità è stato oggetto di numerosi studi. Quando si dorme poco, l'organismo non secerne gli ormoni che regolano l'appetito e la fame aumenta. Secondo alcune ricerche, inoltre, chi dorme meno consuma più calorie e tende a scegliere cibi più grassi rispetto a chi dorme abbastanza.
In laboratorio sono stati osservati anche i comportamenti di persone con una scarsa qualità e quantità di sonno: durante il giorno le porzioni restano le stesse, ma a tarda notte compare lo spuntino, un'abitudine che conosciamo tutti. In questo modo si arriva in media a circa il 130% del fabbisogno calorico giornaliero, con 500 calorie assunte di notte. Dal punto di vista nutrizionale, senza voler essere banali, invece di mangiucchiare per restare svegli basterebbe andare a letto quando si è stanchi.
Il sonno scarso può ostacolare anche chi vuole dimagrire. In una ricerca condotta nell'ambito di una dieta, il 70% dei partecipanti che dormivano meno di 6 ore per notte aveva perso massa muscolare magra anziché grasso. Quando il riposo non basta, il livello di cortisolo sale e spinge il corpo in modalità attacco o fuga. L'organismo si rifiuta di rinunciare alle proprie riserve di grasso, una ricca fonte di energia che preferisce conservare in caso di stress, e finisce così per metabolizzare i muscoli, cioè le proteine.
In altre parole, chi cerca di perdere peso ma non dorme abbastanza si priva proprio di ciò che vorrebbe mantenere, i muscoli, e si tiene ciò di cui vorrebbe liberarsi, i grassi. Per quanto si sia rigorosi nel seguire la dieta e capaci di darsi dei limiti, dormire troppo poco può vanificare tutto.
Esistono poi alcuni accorgimenti a tavola che aiutano il sonno. Meglio evitare ciò che ostacola il riposo, come spezie, caffeina e alcol. Prima di coricarsi si può invece provare a fare un piccolo spuntino a base di proteine e carboidrati. Il triptofano, un aminoacido che favorisce il sonno, è presente in piccole quantità in tutti gli alimenti proteici, in particolare uova, soia, pollame, carne, pesce e formaggio. È il precursore di serotonina e melatonina, sostanze chimiche che inducono il sonno, ma per avere un effetto sedativo deve essere assunto insieme ai carboidrati.
Idee pratiche e bilanciate per la tavola di tutti i giorni, a cura della Dott.ssa Cicorella. Seleziona una ricetta per vederla per intero.
Per un waffle
Per due tortini
Per 18 pancake circa
Per un cicciopancake
Per 4-5 muffin
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per 2 persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per due persone
Per 2 piadine
Per due persone
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Dott.ssa Annamaria Cicorella — Biologa Nutrizionista
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